Basket y pues Nada

8 marzo 2021 – di Emiliano Poddi

All’età di otto anni mi innamorai perdutamente di Nada. Colpa dei miei genitori, che mi portarono a un suo concerto. Era estate, mi ricordo tantissima gente e che c’era vento. Il palco era stato montato sul lungomare del porto, a Brindisi, la mia città. Quando si accesero le luci mio padre mi issò sulle spalle e io rimasi senza fiato. Vidi questa ragazza con i capelli alla maschietta e la minigonna, bellissime gambe, labbra rosse, aria sbarazzina, che cantava come se fosse non davanti a migliaia di persone ma da sola nella sua stanza. La canzone parlava di una ragazza che scopriva l’amore – l’amore disperato, ah, ah ah, ah ah. Al terzo “ah ah” ero fregato. 

All’epoca mio padre e mia madre giocavano ancora. Io andavo al minibasket. Mentre Nada cantava non potevo saperlo, ma per tutta la vita avrei sperimentato nei confronti della pallacanestro proprio quella speciale forma d’amore, l’amore disperato, ah, ah ah…

In qualsiasi squadra abbia giocato sono sempre stato il più basso, in uno sport che per sua natura tende al cielo. Da ragazzino, sul referto di gara, il mio cognome era immancabilmente seguito o dalla sigla NE (Non Entrato, nel senso che ero rimasto per tutta la partita in panchina), oppure – ancora peggio – da una virgola (ero entrato in campo ma non avevo segnato neppure un canestro). È la prima strofa della canzone di Nada, quando la ragazza se ne sta da sola al “Sassofono blu” e gli uomini la scrutano senza poesia e lei si appoggia malinconica a uno specchio.

A forza di allenamenti diventai bravo, addirittura una promessa. Se mi mettevo a correre in palleggio, sentivo il vento in faccia. Una volta, a Napoli, segnai 47 punti, cifra che ammirai a lungo sul referto di gara accanto al mio cognome – e fanculo la virgola. È la parte della canzone di Nada in cui lei incontra un ragazzo gentile e guardarlo è proprio uno shock, e mentre torna a casa le viene da ballare per strada tra le stelle accese – esattamente come mi sentivo io in campo. A diciotto anni non ancora compiuti esordii in serie B, battezzando la mia prima azione tra i professionisti con una penetrazione conclusa da un morbido sottomano di sinistro. 

Non molto tempo dopo, in seguito a un incidente di gioco, la cartilagine del mio ginocchio sinistro andò in mille pezzi, un puzzle che quattro interventi chirurgici non bastarono a rimettere insieme. Fui costretto a lasciare la pallacanestro – per sempre, credevo. Mi sentivo come la protagonista della canzone di Nada quando perde di vista il ragazzo gentile, lo aspetta ogni sera al “Sassofono blu” ma lui non si fa vedere, e in una notte da lupi lei piange inconsolabile.

Poi, un miracolo. 

Il telefono squilla, lei risponde e dall’altra parte c’è il ragazzo gentile.

È un miracolo perché nelle prime strofe non si accenna minimamente al fatto che si siano scambiati i numeri di telefono, ma ad ogni modo il telefono squilla, anzi strilla come un gallo, i due si danno appuntamento al “Sassofono blu”, ballano, si sfiorano, si toccano e lei è di nuovo felice.

È quella fase della vita in cui ricevo anch’io una specie di chiamata. Vado a rispondere zoppicando – ero reduce dalla quarta operazione – e dall’altra parte c’è lei, la pallacanestro. Non mi invita a ballare al “Sassofono blu”, sa bene che non posso più farlo. Senza tanti giri di parole, mi fa capire che non possiamo più frequentarci come un tempo. Però possiamo scriverci. Anzi, per l’esattezza sarò io a scrivere – a lei e di lei. 

E allora apro il taccuino e scrivo. “Avevamo quattordici anni ed era un’età di forme perfette”. Scrivo di un ragazzino che all’inizio sta sempre in panchina, poi entra in campo, si mette a correre in palleggio e sente il vento in faccia. 

Proprio come quella sera d’estate di tanti anni fa, a Brindisi, quando mio padre mi teneva sulle spalle e dal mare soffiava la tramontana e Nada cantava ah, ah ah, ah ah, ah ah.

Alla fine del concerto pretesi e ottenni una sua foto autografata. Sotto la firma c’era il segno delle sue labbra rosse. Poi la foto l’ho persa, accidenti a me.

Emiliano Poddi
Emiliano Poddi
Classe 1975, scrittore. Ex cestista, è autore di quattro romanzi, due dei quali dedicati al basket: Tre volte invano (2017, selezione Premio Strega) e Le vittorie imperfette
(2016, Feltrinelli).
Il suo ultimo libro è Quest’ora sommersa (2021, Feltrinelli).

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