il sapore del fango

Aprile 2021 – di Simona Bruno

UTLO (Ultra Trail Lago d’Orta) ottobre 2019 – 60KM

L’altra sera, ad una cena tra amici, come se fosse la cosa più normale del mondo, mi hanno detto: “Ah, vai a fare l’UTLO? Danno pioggia…”. Mannaggia la pupazza! ho pensato, ecco, proprio questa non ci voleva.

Io corro anche e soprattutto per godermi il panorama, le montagne, la natura. Purtroppo non ci sono speranze: che sia Meteo.it, 3Bmeteo, Nimbus, il meteo del telefonino, nada, nisba, nulla, nessuna speranza. Pioggia!

Partiamo il venerdì mattina e dopo esserci sistemate nel B&B andiamo nel “Villaggio Trail”. La piazza è piena di stand, c’è un capannone dedicato al controllo dello zaino per il materiale obbligatorio, noi andiamo al ritiro pettorale e pacco gara. L’atmosfera, come sempre, è elettrizzante. Il profumo dell’attesa mischiato all’odore della competizione è inebriante.

Ovviamente anche oggi piove e purtroppo il meteo per domani, come atteso, non promette nulla di buono.

In stanza mi consulto con la mia “socia” sulla preparazione dello zaino, dormo poco per l’agitazione, visto che sono cosciente del mio nuovo azzardo e quando la mattina apro la finestra e vedo pioggia&nebbia, anche se pronta, arriva lo sconforto. Aspettavo un miracolo, lo so che chi visse sperando, morì non si può dire, ma almeno un triangolo di cielo azzurro mi avrebbe tranquillizzato.

Decidiamo comunque di partire, in griglia troviamo un altro gruppo pinerolese.

Si parte! Dopo i primi km di passaggio in paese, all’imbocco della prima salita inizio a non reggere più il passo della mia socia

“Azzo sarò sola anche in questa avventura, a ‘sto giro però sono solo 60km” mi dico cercando di non agitarmi e di non perderla di vista.

L’agitazione aumenta, perchè un conto è fare i “lunghi” domenicali, in compagnia, con chiacchere e foto, un conto è partecipare ad una gara. Provo la stessa sensazione della mia prima marathon in MTB: un senso di smarrimento, l’insinuarsi del dubbio di non farcela, non sapere cosa mi aspetta e se mi reggeranno il fisico&la testa. Fortunatamente reagisco e decido semplicemente di ascoltarmi, lasciare che sia il mio corpo a parlarmi. Riesco a tranquillizzarmi e cerco in me la grinta per andare avanti, anche in queste condizioni meteo avverse che mi tolgono i panorami, a me tanto cari per staccare la testa dalla fatica.

Nel frattempo mi accorgo di avere sempre accanto un’altra “cerbiatta” pinerolese che al primo ristoro mi dà indicazioni sul cibo, ma io decido di fare a modo mio, perchè non ho ancora capito cosa voglia effettivamenbte dire partecipare ad un ultra trail.

La pioggia è incessante e inizio a scivolare nel fango, si fatica il doppio e non ho manco più le mani pulite per soffiarmi il naso, ho fango ovunque! Tutto questo mi demoralizza e al ristoro del 20° km, ricevo una cazziata dalla mia “socia”, perchè sono titubante e lei cerca di spronarmi; e nel contempo la cerbiatta pinerolese mi chiede: ” Simo, vuoi arrivare al traguardo?”

Io la guardo e le dico: ” Se riesco, certo che si!” e lei mi propone di farla insieme.

Riprendiamo l’avventura ovviamente con lei che si adegua al mio passo aiutandomi a rialzarmi quando scivolo nel fango. Ai ristori successivi la copio e mi mangio i piatti di pasta, ho bisogno di nutrirmi. 

Ad ogni ristoro c’è anche la mia socia con un’altra persona che mi aspettano.

Cerchiamo di fermarci il meno possibile ai ristori successivi visto che siamo inzuppate dalla pioggia , cercando di non accumulare troppo freddo. Il mal tempo non aiuta di certo nella gestione della fatica: non c’è distrazione, la mancanza di visibilità impedisce di godere dei paesaggi e degli scorci del lago.

Inizia a calare il buio, tiriamo fuori le frontali e all’ultimo ristoro ci cambiamo la parte di sopra (intimo, pile, guanti, kway) asciugandoci al meglio; mangiamo la minestra più buona che io abbia mai assaggiato (per me rimarrà sempre il massimo della bontà!) a cui aggiungo cubetti di formaggio: faccio pure il bis e poi si riparte al buio.

Come per incanto, iniziamo ad intravedere le prime luci del lago immerse nel buio: mi sembra di correre in un paesaggio magico, quasi ultraterreno e anche se oramai mi sto trascinando seguendo il gruppo, non posso mollare proprio ora.

Kilometro per kilometro si prosegue e quando arriviamo agli ultimi 2, corsi con a fianco il lago, sono incredula! Non mi sembra vero! L’ultimo pezzo è interminabila ma quando passo sotto il gonfiabile del traguardo con lo speaker che pronuncia il  mio nome, mi si apre il cuore e basta. Ce l’ho fatta!

Quest’esperienza un po’ surreale, al di là del farmi capire l’importanza di gestire il rapporto tra la fatica, la testa ed il cibo, mi ha permesso di esaudire un desiderio: se non avessi avuto una compagna di avventura che si è prestata a condividere con me, passo a passo, l’esperienza, forse non sarei mai arrivata al traguardo. E il ritrovare il gruppo ai ristori, lo stesso gruppo che mi ha sostenuto e poi aspettato per tagliare il traguardo insieme, mi ha riempito di gioia.

E niente, da quella sera, per me, il sapore di fango è accompagnato dal profumo dell’amicizia.

Simona, 47 anni, pratica a livello agonistico e non corsa, trekking, ferrate, arrampicate, sci alpinismo e MTB.

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